"Ti piace essere venuto a questo mondo?"
       Bamb.: "Sì, perché c'è la STANDA".
  (Andrea Zanzotto)      

           

mercoledì, 12 dicembre 2007

Blu e nero
(omaggio a Catania)

A Catania, di notte, piano
ovunque penetra la cipria nera
dell’Etna, che marchia
con occhiaie e rughe da maschera greca
nobili corpi color creta ed ocra
e visi ospiti, dal pallore di conchiglia.
Difficile rimuovere i segni di Dioniso:
al mattino si leggono le tracce
di strapazzi ed eccessi. E allora
su, righiamo decisi sopra  i lividi
con cosmetici e tatoo
che il difetto diventi bellezza
stile di vita tragico, glamour dark
riso panico. Privilegio e sfida
nella magna Grecia, dove tutti
son cugini degli déi, rilanciare
(Ku  mori mori) il karma maledetto
della città. Jammun ‘o mare!
sopra i neri scogli
il corpo si scioglierà
e il mare, il mare blu ci laverà.

L’usura del tempo non ci spaventa
(quella dei clan un po’ di più)
ogni cosa frusta trova il suo posto
nel riciclaggio estremo, universo
d’a Fera ‘o lune (zona via Etnea)
meticcia balena che tutto ingoia
ove la merce di tutto il mondo con-viene
nello scolo cosmico, nella deriva
sgargiante dove ogni cosa è offerta
quasi gratis, non gratis: saggezza perfida,
scatenare l’orgia proletaria della voracità.
Soffocheremo nei gorghi di stracci
cipolla arrosto e cianfrusaglia
e càlia e acqualimonessàle a volontà
Ma il mare, il mare blu ci laverà.

Nelle putìe si mangia strong
il cibo estremo: budella, fegato
frattaglie e reni, stigghiole sugose
cibo a rischio, come i mitili neri,
nati sui pozzi neri, sui neri scoli
patria dell ‘escherichia coli.
E se fai due passi, vedrai il ratto
(delle sabine), vicino alla stazione
di treni e corriere, l’elefante sacro
uno e trino, Ganesh, portafortuna
nella piazza dell’università
e la piazza Bellini, con l’Operà
Frullato tosto di cultura e vanità
vuccirìa vociante, nuvole d’ira
umana che oscura il cielo
alleata della nera cipria
che a poco a poco tutto intriderà.
Ma il mare, il mare blu ci laverà.

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domenica, 11 novembre 2007

ART BRUT
 
Si scrive a volte per meglio tacere.
 
Buttavano, gli infermieri dell’atelier dell’ospedale,
le “pitture sporche” i disegni scomposti
tremolanti (“mal riusciti”, dicevano) dei matti.
Che bei quadri di art-therapy ne uscivano,
genio e sregolatezza, ma con misura.
Il sangue, il marcio finalmente esternato
il muco il guasto il vomito lo sperma
quel liquame organico, vitale… via, via….
che non si offendano i raffinati e coltivati sensi.
Lo sfaldamento del mondo, l’inelegante crollo
il trascinarsi pietoso del corpo vulnerato…
ma no, testa e coda vanno tagliate, nella grappa
e nella bestia da macello, che nessuno mangerebbe
carne rossa, se vedesse il sangue sparso ovunque
nei capannoni da cui escono incorniciati di bianco
filetti e roast-beef. Che bei quadri di art brut,
all’ospedale
nell’atelier ben riordinato, quando il peggio
è stato mondato, cessato il grido, il fremito
l’urlo inarticolato.
E’ il lamento educato
che va privilegiato.
 
Così a volte si parla per meglio tacere…

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domenica, 28 ottobre 2007

Recensione di un'opera d'arte involontaria: il grembiule del
Maestro  grafico F. Vecchietti


“Non uno di meno", dice il Maestro
rifiutando l'alternativa binaria
e riduttiva tra il bianco e il nero,
spaccando in tre il capello... il campo il foglio,
deragliando deciso dal binario banale
degli aut-aut, coi consueti opposti
da elidere. Il bianco e il nero dapprincipio
si oppongono si escludono si sfuggono
come nell'infanzia i due generi:
bambine e bambini si odiano,
si sa, ma poi da grandi si sposano.
 
"Tertium datur", dice tacendo il grembiule
del Maestro, c'è una strada
una linea di fuga, rossa, che regge.
Nella lotta corpo a corpo
di chiari e scuri, sulla bianca distesa
del foglio c'è dell'Eros, c'è passione.
Lottano il segno fermo, ieratico
univoco, che di nulla si intriga
e l'empatico muoversi di Dioniso
fluido e manesco, che tutto tocca e sfuma
nell'hibris di tutto segnare e marchiare
col proprio odore. Nella stoffa-scudo
al corpo del sacerdos, rimane traccia
del combattimento tra due vettori,
due colori, due amori in tutto opposti
e paralleli. Sarà il terzo elemento,
il fil rouge della mano che cala e torce
e imprime, che stampando
rivelerà ogni cosa.
 
Su quella veste il campo resta chiaro,
(traspare ancora il candore primo)
ma un sole nero allude, a oriente,
nel brumoso mattino, al lungo itinere
della lotta amorosa ed impari, da cui
si sa,  nessuno pulito o intonso uscirà.
 
Ecco il maestro colto nell'atto
di valutare la morsura dell'acido:
dapprima distaccato, controllato,
poi coinvolto; prima diffidente, irridente,
e poi, finalmente "...ma si', proviamo!"
Tarlatane nere come il peccato subito
sfiorano, tolgono, spalmano
lastre incise che mal sopportano il velo 
nero e se ne liberano sotto pressione
mute rassegnate torchiate a morte.
Opera al nero, l'acquaforte.
 
Testimone del duro travaglio
quel lino rituale, quel limes
che torna di stampa in stampa
a distillar sostanza, a separar nel foglio
sporco e pulito, e a ricordare
il filo rosso salvifico, sorprendente
che porta avanti l'artista, oltre sè stesso
e altrove, nell'arte senza tempo
e lo rende già pronto ad un altro viaggio
sul foglio bianco libero e leggero.
 
Resta, quale spoglia sacrificale
o gloriosa vecchia bandiera,
appeso in luogo recondito e riposto
quel lino frusto e nobile:
salvifica armatura
distanza che difende.

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venerdì, 12 ottobre 2007

Fermenti
 

Non sopravvivono alle glaciazioni
domestiche i bacilli del bulgaricus, generoso
artefice di casalinghe preparazioni
(yogurt dal latticello acidulo...). Non tutto
nel freezer puo' venir ibernato e resuscitato.  
Il tempo non si doma, e mentre scorre
sfiorisce il fiore e svanisce lo splendore.
Cosi' il talento.
Ogni creatura, allo stato nascente,
possiede un suo "fermento" vivente
valore da spendere, moneta da investire
e negoziare... che non  si puo' congelare
aspettando tempi migliori, stagioni
propizie, come le cinquecento ghinee
della pensione che libera le ore
finalmente, o una casa tutta per sé,
senza più bimbi da nutrire
e vecchi da accudire.
 

Come il bulgaricus, scaduto il tempo
annegheremo nel buon latte intero
che non ci ha nutrito al momento giusto
né reso forti abbastanza per superare
il gelo.

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domenica, 07 ottobre 2007

Dedicata all’ampolloso signor “PERALTRO”
 
 
PER ALTRO modo, in altra maniera
pur sempre mi ritrovo prigioniera
 
Dolce è PER ALTRO questa infermità
qualcuno vuol chiamarla  libertà
 
Senza orgoglio e senza pregiudizio
mi concedo PERALTRO al dolce vizio
 
d’amar. Svanita all’alba ogni finzione
PERALTRO mi rimane l’emozione
 
Un vento si è levato impertinente
da brividi PERALTRO non esente…
 
Spero, giacché in amor nessuno è scaltro,
di non dovermi disperar PER ALTRO…

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sabato, 08 settembre 2007

Come ogni estate
 
“Che fai?” chiede dall'ufficio
l'amica che sconta rassegnata
le gioie pasquali
delle ferie anticipate.
 
Che faccio? Trasformo, elaboro
(ma sì, sublimo),
costruisco ricordi dell’estate
per l’inverno a venire.
 
Sublimo gli esiti del nubifragio
di sabato notte, che spaccò il melo
carico di mille frutti (esagerato!).
Le mele Canada, ricordi?
asprigne, piatte, ruggini un poco
attorno al picciolo.
Taglio i fruttini in quattro,
sprizzano verdi schizzi di succo
candido, effervescente
come citrato (te lo ricordi?)
e la polpa, subito ossidata,
vira da candida a terragna
(ma si può in un attimo virare
così, da slancio a svilimento
come negli Harmony, o nell’800?)
Butto via molto: semi torsoli
piccole gallerie scavate
da coraggiosi bruchini speleologi
nell’asprezza ferrigna
dei crudi minuscoli frutti.
Tagliuzzo mondo scarto
e a mio insindacabile volere
promuovo o boccio, rifiuto o salvo.
Nel ciarpame universo del vasto tavolo
frugo scegliendo il meglio…
bel lavoro ecologico, eclettica
cultura materiale : mondare,
mestiere quotidiano ed eterno.
 
Che faccio? Di speciale, niente,
faccio la Dea Sapiente
recupero, riparo, salvo
cambio un danno in risorsa
volgo l’asprezza in dolce.
Faccio le marmellate
come ogni estate.

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domenica, 19 agosto 2007

Armadio

La porta di noce apre
la scatola di un gioco di ruolo
ammiccante. Dentro
si fingono altre porte,
eco visuale di antichi
specchi di famiglia,
cento abiti per cento aspetti
intercambiabili ma indifferenti
al corpo. Basta,
voglio cambiare gioco,
chiarire
l'equivoco trasparenza/opacità,
voglio una nuova nudità.

Il nudo riporta alla verità
e non vuole sguardi,
né essere guardato né guardare.
Non vuole attenzione,
non distrarsi né distrarre.
Veicola senza veli
una spoglia spiritualità.

Chiudo gli occhi al vecchio
gioco di immagini e invoco
un luminoso nirvana
di luce senza forma.
L'abito forse ri-significherà
quando avrò toccato
la prima identità.

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domenica, 17 giugno 2007

Longevità

Ritroveremo, con gli anni, la casa
dove ogni cosa ha lunga vita
e si consuma il giusto,
senza fretta, dove ogni penna
dura molti mesi, un piatto anni,
un pavimento secoli,
e consuma generazioni.
La vita riavrà il diritto all'entropia,
ad involversi adagio, serena,
fino alla sua giusta e buona fine.
Perfino un oggetto
ha diritto a una storia
nella nostra storia,
nella storia del tutto.
Solo noi umani corriamo oltre,
ci svincoliamo dai legami
fino a perdere il senso
del tutto. In quella casa
di ogni frammento, con pazienza,
cercheremo la radice.
Si comporrano nei pomeriggi
di quiete, in assenza di pensiero,
puzzle incompleti, dimenticati.
Nelle notti di insonnia, leggeri,
in svagata reverie rimonteremo
costruzioni franate.
Di ogni cedola staccata
ritroveremo la matrice.
Di noi stessi, adagio,
ricostruiremo il ricordo giusto
che guarisce.

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lunedì, 07 maggio 2007

Nella fiaba la mano bianca
Accarezza la candida colomba
e trova l’aculeo conficcato
dalla matrigna
(matrigna-marantega
mater antigua ).
 
Io sono adulta ormai
tu sei bambina e inerme.
Il chiodo è fermo, confitto
tra le molli piume.
Togliendo la forcina
la colomba stirerà
membra verginali, liberata!
 
E’ ora di sciogliere
il grumo di dolore
che ci teneva bloccate
(comune destino femminile?)
nell’abbraccio che imprigiona
e cura, che salva e soffoca.
 
Tolto quel chiodo
svanirà il lato oscuro del legame?
Ci ameremo,
figlia e madre ancora,
di amore libero
leggero?

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sabato, 24 marzo 2007

Cent millions de feuilletons
(ipotesi di trama con capitoli centrali intercambiabili )


 
 
 
LA FAMIGLIASTRA
(di Carolina, la dismenorroica di Voghera)
 
Finalmente ritrovato il 127.mo romanzo di Carolina Invernizio, ambientato, con slancio futuristico, nel 2007. L’opera si conclude quanto mai tragicamente con una TOS (Terapia Ormonale Sostitutiva), la quale, subita dalla sfortunata protagonista, Carolina I***, in una condizione all'incirca simile agli arresti domiciliari, segna tragicamente la fine della rigogliosa vita onirico-fantasmatica di una fanciulla dal temperamento vivace e ...sanguigno.
Carolina aveva regalato sfrenate gioie e trionfi intellettuali (orgasmi sublimati) al suo psicanalista, autore, per merito di lei, di: “Histoire d’I”, “Corpo Luteo e latenza dell’oblio”, “Il lettino di Procuste”, “Ciclo femminile e panni da lavare in casa” e dell'esaustivo testo:"Flusso di coscienza".
Le opere di quel devoto seguace del viennese Dr.Freud avevano dato il via a dotte polemiche in ambiente accademico, specie dopo la pubblicazione su una nota rivista medica di uno sprezzante articolo, dal titolo “Sull’incidenza dell’allergia alla cellulosa nel vissuto onirico-mestruale della donna del sud-est europeo, Balcani inclusi”.
  
Purtroppo il manoscritto, trovato nel corso di restauri entro un antico baule, risulta gravemente danneggiato dal tempo e dalle intemperie. Per di più sembra sia stato diviso a metà, e dopo la sibillina scritta " - pausa " potrebbero esserci stati altri rivelatori capitoli...Ma saranno ritrovati?
Daremo in seguito notizie sulla fortunata trouvaille agli appassionati lettori della nostra Autrice.
Ecco dunque a voi l'incipit del romanzo "La famigliastra".

Capitolo 1 (o "Primo ciclo: dal menarca a scendere")
Il ritorno strisciante del rimosso (dismenorrea fa rima con logorrea)
  
Quella foto!
Forse elemento chiave del suo incommensurabile malstare era proprio la foto, che da sempre (così le pareva) troneggiava sopra il grande comò rosato, di bel legno di ciliegio, ereditato dalla nonna Amelia.
Qualsiasi malattia ha bisogno di un “organo compiacente” su cui fissarsi, di un punto debole, un ventre molle, ove lo spirito inguaiato può somatizzare:Carolina sentiva oscuramente che della sua numerosa e variamente complicata famiglia, di tutte le morbose storie emotive era lei l’organo bersaglio, in lei esse tutte trovavano sfogo e catartica espressione. Le torbide vicende dei I*** si erano alfine compiaciute di incarnarsi in lei, ultima figlia di molti inconfessabili peccati.
Fin dall’inizio, dal lontano giorno del menarca, tutto aveva iniziato a vorticare attorno al centro vitale del suo corpo fecondo. Il buon psicanalista presso il quale di recente lei aveva cercato aiuto proponeva di non sottovalutare il peso dell’influsso lunare sulle maree del suo flusso. Il trasferimento nella città di Mestre (nomen omen) di quel che restava della famiglia dopo che Nonna Amelia era mancata, aveva avuto sicuramente un determinante significato nell'insorgenza del sintomo.
A Mestre i bambini, nei loro gioco al dottore, osavano dire canagliescamente: “guarda che ti si vede Venezia!”e Carolina, all’inizio, era rimasta stupita, interdetta: lei non pensava mai al suo corpo femminile visto dal di fuori (“siedi composta, piccola”; “tira giù la gonna!”…), ma pensava sempre e solo al di dentro, era consapevole di sé e del suo corpo come di un caldo centro vitale, un accogliente grembo fecondo.
Il suo baricentro emotivo era lì, più o meno all’altezza dell’ombelico, un po’ più sotto e più dentro: ma sì, era proprio nell’utero, centro del femminile potere di riproduzione. E regolarmente, puntigliosamente, quel centro del Sé corporeo le si rivoltava contro, perché per parecchi giorni del mese riusciva a mantenere un totale dominio su di lei.
Era cosa risaputa, e tollerata con un mezzo sorriso da tutta la famiglia, che lei per una intera settimana ogni quattro, era fuori di sé, vaneggiava, smaniava, soffriva e soggiaceva spossata al suo “malessere femminile”.
Quel centro vitale parlava per suo conto, in quei fatidici giorni, e lei non poteva farci proprio niente.
“L’Es da cui siamo posseduti”, citava paziente il suo terapeuta.
“Non si spaventi, cara signorina: la forza biologica dell’Es sta parlando in lei, cerchiamo insieme di capirla”.
Ma Carolina era basita, annientata dalle sue stesse esternazioni, che rasentavano, insieme, l’emorragia e il delirio.
Ogni mese Carolina tornava a sentire l’arrivo di quel certo nonsocché, una sensazione diffusa di calore e di gelido brivido, accompagnata da ondate di morbinosa reverie e da una compulsione a parlare, parlare parlare.
 
Ebbene, i medici possono freddamente chiamarlo “sindrome premestruale”; ma questo malessere-benessere incalzante per lei era assai più che un accidente biologico: era uno stato d’animo che la portava in un mondo visionario e crepuscolare, ad un turbamento alto della psiche. Quasi un sanguinare dell’anima.
Ed ecco arrivare, assieme a quel calore vitale e torbido, il compiacimento di essere nella regola, di essere donna come non mai, e ancora un vago senso di disgusto e dis-piacere (vergogna, forse, del suo regale mestruare?). E frutto di questo oscillante ed erotico altalenare, ecco presentarsi una coorte di sogni conturbanti, che ciclicamente si riproponevano, saturi di emozioni erotiche vorticanti tra orgasmo ed incubo.
Poi, di giorno, altri sogni turbinavano, sogni ad occhi aperti, tutti figli di un persecutorio pensiero fisso, pensieri più intriganti di qualsiasi chiaro pensare. E lei doveva sfogarsi, lasciar scorrere il fiume delle parole, lasciarsi andare. E le sembrava di vedere e capire meglio ogni cosa, immersa e insieme svuotata da quel selvaggio. irrefrtenabile "flusso di coscienza".
E i suoi lampi d’intuito, quelle istantanee folgorazioni, già da tempo giravano attorno allo stesso conturbante tema: lentamente si andava componendo, come in un’opera espressionista dai colori violenti, la visione di un gruppo di famiglia tratteggiato con pennellate vigorose.
Quel quadro ormai inequivocabilmente le stava imponendo una straordinaria e potente agnizione: era una foto (quella sul comò e insieme un'altra...possibile?) in cui più generazioni erano presenti, un albero genealogico vivente, nel quale Carolina vedeva ormai con chiarezza che somiglianze e parentele non quadravano, che i conti e i numeri non tornavano: c’erano tutti i suoi famigliari, ma nessuno, nella realtà, era quello che nella foto sembrava essere. E viceversa.
 
… A seguire, ogni 28 giorni, le tranches di questo appassionante feuilleton: ogni volta un nuovo rivelatore episodio di dismenorrea/logorrea, la cui lettura può essere affrontata anche in ordine variabile, secondo l'estro del lettore. Carolina, a partire dalla foto di famiglia, scopre, mese dopo mese, la verità su ciascun singolo membro. Tale verità si svela in vaticinanti logorroici mono-loghi.
Anticipiamo alcuni titoli: 
 
  • La famiglia, mucchio selvaggio e groviglio di vipere.
 
  • (Dall'al di là, parla nonna Amelia)
 
 
  • Mater semper incerta
 
  • Padre morto tragicamente al momento del parto (Trivellato...)
 
 
  • Un padre putativo per Carolina?
 
  • Vene varicose e rami dispersi dell’albero genealogico
 
 
  • Grazie zia!
 
  • L'importanza di non chiamarsi Ernesto (cugino? fratello? o chissà)
 
 
  • Differenze di generi  (i generi sono i mariti delle figlie?)
 
  • Sorelle di sangue: rituali primordiali e sorellanza
 
 
  • Adozione e rimozione
 
VERSO L'AGNIZIONE TOTALE: "Io sono quel che penso che tu pensi che io sia"
     
 Quasi epilogo (-) pausa = TOS (Terapia Ormonale Sostitutiva) forzata per contenere l'incontenibile flusso di coscienza  di Carolina.

Postato da: naima2 a 15:49 | link | commenti (33)