"Ti piace essere venuto a questo mondo?"
       Bamb.: "Sì, perché c'è la STANDA".
  (Andrea Zanzotto)      

           

sabato, 18 ottobre 2008

Bassa definizione


Lasciate a casa il marito
ma non il taccuino
degli appunti visivi,
dice il maestro di grafica.

Da anni invece
porto con me la fotocamera

Apro e chiudo il diaframma
(il mio), lo tendo e lo distendo,
respiro a fondo mentre
incido pixel per pixel
nella memoria (la mia).
Fotografo
per ricordare, dopo.

I luoghi ci trascendono,
serenamente eccedono
il nostro esserci, prescindono
da noi. Nostro malgrado
e comunque
ci comprendono.

Fotografo
per comprendere come sto
nei luoghi che mi attraversano.

Fotografo
e i luoghi esterni si fanno
mappa, paesaggio mio,
luoghi della mia mente.

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mercoledì, 24 settembre 2008

Sinopia


Oggi mia madre, centenaria ormai,
mi chiede di accompagnarla
a cercare un’altra figlia,
che ha il mio nome ma non sono io:
quale delle mie immagini
delle mie personae, delle figure
che io sono stata vorrà ritrovare?
Anche io cerco la mia sinopia,
la madre dell’affresco, ciò che resta
lavato via il trucco ed il colore.

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sabato, 19 luglio 2008

Speranza Sartor

Cento ricordi


 

Ritorno, dopo lunga (operosa) assenza per proporvi una lettura speciale. Un libro di Speranza Sartor, mia madre.

Speranza Sartor nacque cento anni fa, il 30 giugno del 1908. E' ancora viva e vegeta.
Aver lavorto in gioventù, fin dall'età di dodici anni, nella filanda di Campocroce (Treviso) ha sempre costituito per lei motivo di orgoglio.
E' una donna di grande temperamento e dalla forte personalità: una donna d'altri tempi che, pur senza sconfinare dal recinto delle norme di vita patriarcali, ha saputo rendersi protagonista della propria vita. Di questo, e di molto altro, sono toccante e vivace testimonianza i
cento ricordi, narrati dalla sua voce e da me, sua figlia, fedelmete trascritti.

Un ringraziamento speciale va ad Anna Setari, che ha scritto una bellissima prefazione di cui Speranza e io le siamo grate. Potete leggerla di seguito.


 Leggendo questa raccolta di ricordi di Speranza Sartor, per prima cosa non si può fare a meno di provare emozione per la loro bellezza. Ma non è solo questo il motivo per cui la loro lettura coinvolge e interessa. Altri ve ne sono.
Intanto costituiscono una testimonianza di carattere storico. Si tratta infatti dei ricordi dell'infanzia e della giovinezza di una donna di una famiglia contadina del territorio veneziano. Speranza Sartor compie oggi cento anni. Nel corso della sua lunga vita ha dunque vissuto di persona i grandi mutamenti del secolo scorso. Soprattutto ha visto trasformarsi e sparire il suo mondo di origine. L'universo contadino, che pareva immobile e immodificabile da generazioni e generazioni, fermo nell' antica fatica e durezza cui pareva dannato in eterno, si è dopo l'ultima guerra dissolto rapidamente insieme con il suo sistema di rapporti familiari e sociali e con la sua cultura, di cui stenta a sopravvivere la memoria.
I ricordi, dunque, dell'infanzia e della giovinezza di Speranza Sartor sono testimonianze di un mondo oggi scomparso. Preziose testimonianze, perché -riprese da un punto di vista femminile- riguardano le abitudini quotidiane, i rapporti, le gerarchie, le divisioni di compiti tra genitori e figli e tra uomini e donne all'interno della famiglia e della comunità; certi tipi di lavoro ormai scomparsi, come quello in filanda; lo stare insieme feriale e quello festivo; la durezza di una vita tessuta di doveri entro un orizzonte culturale di cui oggi fatichiamo a ricostruire con esattezza i lineamenti. Preziose, inoltre, anche perché dirette, espresse cioè dalla voce di una protagonista e non, come spesso accade, di un osservatore di un’altra classe sociale: una voce che segue la spontaneità del ricordo, ma, nello stesso tempo, ha il distacco critico dovuto alla consapevolezza, da parte della narratrice, della distanza che separa il tempo rievocato da quello in cui lei lo va rievocando.
E qui emerge un secondo motivo di interesse di queste memorie, insieme alla loro bellezza: la qualità della narrazione.
Speranza non è una scrittrice. Non si è mai interessata di cose letterarie nella sua lunga e attivissima vita. Non ne ha avuto il tempo, né la disposizione. Anche in questa occasione non scrive: i suoi ricordi sono espressi oralmente, a mano a mano che affiorano e seguendo l'ordine delle libere associazioni che suscitano nella memoria. Speranza Sartor ha tuttavia la qualità di una scrittrice: nel suo rievocare il passato, sia pure in questa forma spontanea che appare quasi frammentaria, non indulge in nulla di superfluo, futile o divagante, né mai sbilancia il difficile equilibrio tra notazioni personali autobiografiche e descrizione di un ambiente. Con infallibile intelligenza e istinto di narratrice lei va dritta all'essenza della scena o della situazione che rievoca. Non ci sono quasi mai ricordi esclusivamente personali: il ricordo privato viene narrato sempre in modo da risultare significativo anche come illustrazione di un ambiente o di una situazione più generale.
C'è da chiedersi se a questa capacità Speranza Sartor non sia stata educata proprio dalla durezza della sua infanzia, e in particolare dalla scarsissima considerazione in cui, per l'età giovanile e per il fatto di essere femmina, veniva tenuta in una famiglia dove, secondo la cultura e la mentalità allora comuni nel suo mondo, si riteneva che il contesto dovesse prevalere sulla persona, e specialmente sulla persona dei piccoli, le donne e i bambini.
Eppure da queste memorie, così restie a soffermarsi su quello che chiamiamo oggi il "privato", viene fuori con vivezza la figura e la personalità della narratrice: quella che comunemente viene definita una donna forte, di grande intelligenza, coraggiosa, tenace, orgogliosa.

Ma non è solo questa capacità di rappresentarsi indirettamente attraverso la descrizione delle opere e i giorni del tempo contadino, lontano ormai come la sua infanzia, a fare la grazia di questa raccolta. Va aggiunto, non come circostanza privata e solo biografica, ma come parte integrante di tale grazia, il fatto che, nel momento in cui raccontava queste cose, Speranza Sartor aveva già quasi cento anni.
I suoi sono dunque i ricordi di una donna giunta alla fine di una lunga traversata, le memorie riaffioranti della riva lontana da cui è partita e a cui rivolge lo sguardo alla fine del viaggio, sapendo che ormai tutte le tempeste sono state superate, consapevole di essere stata in grado di superarle e di avere, per così dire, condotto a termine l'impresa.
Questi ricordi Speranza li depone tra le mani della figlia: sono il suo lascito, e insieme la risposta all'affetto, alla volontà filiale di rinnovare la conoscenza della madre e di continuare a tessere il filo della sua memoria.

Annalisa Busato ha raccolto i ricordi dalla voce di sua madre, a mano a mano che affioravano, con la massima fedeltà possibile, decidendo di rispettarne non solo le forme espressive ma anche il delicato equilibrio dell'ordine, apparentemente casuale, e però corrispondente ai meccanismi spontanei della memoria. Questa scelta ha preservato ai frammenti, se così li si può chiamare, la loro freschezza di racconto orale, e al tempo stesso di colloquio intervallato da pause, come avviene nei colloqui della sera, in quelli dell'infanzia e delle vecchiaia - pause che contribuiscono a dare all'insieme di questi ricordi forma e corpo di poesia.

Anna Setari


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mercoledì, 12 dicembre 2007

Blu e nero
(omaggio a Catania)

A Catania, di notte, piano
ovunque penetra la cipria nera
dell’Etna, che marchia
con occhiaie e rughe da maschera greca
nobili corpi color creta ed ocra
e visi ospiti, dal pallore di conchiglia.
Difficile rimuovere i segni di Dioniso:
al mattino si leggono le tracce
di strapazzi ed eccessi. E allora
su, righiamo decisi sopra  i lividi
con cosmetici e tatoo
che il difetto diventi bellezza
stile di vita tragico, glamour dark
riso panico. Privilegio e sfida
nella magna Grecia, dove tutti
son cugini degli déi, rilanciare
(Ku  mori mori) il karma maledetto
della città. Jammun ‘o mare!
sopra i neri scogli
il corpo si scioglierà
e il mare, il mare blu ci laverà.

L’usura del tempo non ci spaventa
(quella dei clan un po’ di più)
ogni cosa frusta trova il suo posto
nel riciclaggio estremo, universo
d’a Fera ‘o lune (zona via Etnea)
meticcia balena che tutto ingoia
ove la merce di tutto il mondo con-viene
nello scolo cosmico, nella deriva
sgargiante dove ogni cosa è offerta
quasi gratis, non gratis: saggezza perfida,
scatenare l’orgia proletaria della voracità.
Soffocheremo nei gorghi di stracci
cipolla arrosto e cianfrusaglia
e càlia e acqualimonessàle a volontà
Ma il mare, il mare blu ci laverà.

Nelle putìe si mangia strong
il cibo estremo: budella, fegato
frattaglie e reni, stigghiole sugose
cibo a rischio, come i mitili neri,
nati sui pozzi neri, sui neri scoli
patria dell ‘escherichia coli.
E se fai due passi, vedrai il ratto
(delle sabine), vicino alla stazione
di treni e corriere, l’elefante sacro
uno e trino, Ganesh, portafortuna
nella piazza dell’università
e la piazza Bellini, con l’Operà
Frullato tosto di cultura e vanità
vuccirìa vociante, nuvole d’ira
umana che oscura il cielo
alleata della nera cipria
che a poco a poco tutto intriderà.
Ma il mare, il mare blu ci laverà.

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domenica, 11 novembre 2007

ART BRUT
 
Si scrive a volte per meglio tacere.
 
Buttavano, gli infermieri dell’atelier dell’ospedale,
le “pitture sporche” i disegni scomposti
tremolanti (“mal riusciti”, dicevano) dei matti.
Che bei quadri di art-therapy ne uscivano,
genio e sregolatezza, ma con misura.
Il sangue, il marcio finalmente esternato
il muco il guasto il vomito lo sperma
quel liquame organico, vitale… via, via….
che non si offendano i raffinati e coltivati sensi.
Lo sfaldamento del mondo, l’inelegante crollo
il trascinarsi pietoso del corpo vulnerato…
ma no, testa e coda vanno tagliate, nella grappa
e nella bestia da macello, che nessuno mangerebbe
carne rossa, se vedesse il sangue sparso ovunque
nei capannoni da cui escono incorniciati di bianco
filetti e roast-beef. Che bei quadri di art brut,
all’ospedale
nell’atelier ben riordinato, quando il peggio
è stato mondato, cessato il grido, il fremito
l’urlo inarticolato.
E’ il lamento educato
che va privilegiato.
 
Così a volte si parla per meglio tacere…

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domenica, 28 ottobre 2007

Recensione di un'opera d'arte involontaria: il grembiule del
Maestro  grafico F. Vecchietti


“Non uno di meno", dice il Maestro
rifiutando l'alternativa binaria
e riduttiva tra il bianco e il nero,
spaccando in tre il capello... il campo il foglio,
deragliando deciso dal binario banale
degli aut-aut, coi consueti opposti
da elidere. Il bianco e il nero dapprincipio
si oppongono si escludono si sfuggono
come nell'infanzia i due generi:
bambine e bambini si odiano,
si sa, ma poi da grandi si sposano.
 
"Tertium datur", dice tacendo il grembiule
del Maestro, c'è una strada
una linea di fuga, rossa, che regge.
Nella lotta corpo a corpo
di chiari e scuri, sulla bianca distesa
del foglio c'è dell'Eros, c'è passione.
Lottano il segno fermo, ieratico
univoco, che di nulla si intriga
e l'empatico muoversi di Dioniso
fluido e manesco, che tutto tocca e sfuma
nell'hibris di tutto segnare e marchiare
col proprio odore. Nella stoffa-scudo
al corpo del sacerdos, rimane traccia
del combattimento tra due vettori,
due colori, due amori in tutto opposti
e paralleli. Sarà il terzo elemento,
il fil rouge della mano che cala e torce
e imprime, che stampando
rivelerà ogni cosa.
 
Su quella veste il campo resta chiaro,
(traspare ancora il candore primo)
ma un sole nero allude, a oriente,
nel brumoso mattino, al lungo itinere
della lotta amorosa ed impari, da cui
si sa,  nessuno pulito o intonso uscirà.
 
Ecco il maestro colto nell'atto
di valutare la morsura dell'acido:
dapprima distaccato, controllato,
poi coinvolto; prima diffidente, irridente,
e poi, finalmente "...ma si', proviamo!"
Tarlatane nere come il peccato subito
sfiorano, tolgono, spalmano
lastre incise che mal sopportano il velo 
nero e se ne liberano sotto pressione
mute rassegnate torchiate a morte.
Opera al nero, l'acquaforte.
 
Testimone del duro travaglio
quel lino rituale, quel limes
che torna di stampa in stampa
a distillar sostanza, a separar nel foglio
sporco e pulito, e a ricordare
il filo rosso salvifico, sorprendente
che porta avanti l'artista, oltre sè stesso
e altrove, nell'arte senza tempo
e lo rende già pronto ad un altro viaggio
sul foglio bianco libero e leggero.
 
Resta, quale spoglia sacrificale
o gloriosa vecchia bandiera,
appeso in luogo recondito e riposto
quel lino frusto e nobile:
salvifica armatura
distanza che difende.

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venerdì, 12 ottobre 2007

Fermenti
 

Non sopravvivono alle glaciazioni
domestiche i bacilli del bulgaricus, generoso
artefice di casalinghe preparazioni
(yogurt dal latticello acidulo...). Non tutto
nel freezer puo' venir ibernato e resuscitato.  
Il tempo non si doma, e mentre scorre
sfiorisce il fiore e svanisce lo splendore.
Cosi' il talento.
Ogni creatura, allo stato nascente,
possiede un suo "fermento" vivente
valore da spendere, moneta da investire
e negoziare... che non  si puo' congelare
aspettando tempi migliori, stagioni
propizie, come le cinquecento ghinee
della pensione che libera le ore
finalmente, o una casa tutta per sé,
senza più bimbi da nutrire
e vecchi da accudire.
 

Come il bulgaricus, scaduto il tempo
annegheremo nel buon latte intero
che non ci ha nutrito al momento giusto
né reso forti abbastanza per superare
il gelo.

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domenica, 07 ottobre 2007

Dedicata all’ampolloso signor “PERALTRO”
 
 
PER ALTRO modo, in altra maniera
pur sempre mi ritrovo prigioniera
 
Dolce è PER ALTRO questa infermità
qualcuno vuol chiamarla  libertà
 
Senza orgoglio e senza pregiudizio
mi concedo PERALTRO al dolce vizio
 
d’amar. Svanita all’alba ogni finzione
PERALTRO mi rimane l’emozione
 
Un vento si è levato impertinente
da brividi PERALTRO non esente…
 
Spero, giacché in amor nessuno è scaltro,
di non dovermi disperar PER ALTRO…

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sabato, 08 settembre 2007

Come ogni estate
 
“Che fai?” chiede dall'ufficio
l'amica che sconta rassegnata
le gioie pasquali
delle ferie anticipate.
 
Che faccio? Trasformo, elaboro
(ma sì, sublimo),
costruisco ricordi dell’estate
per l’inverno a venire.
 
Sublimo gli esiti del nubifragio
di sabato notte, che spaccò il melo
carico di mille frutti (esagerato!).
Le mele Canada, ricordi?
asprigne, piatte, ruggini un poco
attorno al picciolo.
Taglio i fruttini in quattro,
sprizzano verdi schizzi di succo
candido, effervescente
come citrato (te lo ricordi?)
e la polpa, subito ossidata,
vira da candida a terragna
(ma si può in un attimo virare
così, da slancio a svilimento
come negli Harmony, o nell’800?)
Butto via molto: semi torsoli
piccole gallerie scavate
da coraggiosi bruchini speleologi
nell’asprezza ferrigna
dei crudi minuscoli frutti.
Tagliuzzo mondo scarto
e a mio insindacabile volere
promuovo o boccio, rifiuto o salvo.
Nel ciarpame universo del vasto tavolo
frugo scegliendo il meglio…
bel lavoro ecologico, eclettica
cultura materiale : mondare,
mestiere quotidiano ed eterno.
 
Che faccio? Di speciale, niente,
faccio la Dea Sapiente
recupero, riparo, salvo
cambio un danno in risorsa
volgo l’asprezza in dolce.
Faccio le marmellate
come ogni estate.

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domenica, 19 agosto 2007

Armadio

La porta di noce apre
la scatola di un gioco di ruolo
ammiccante. Dentro
si fingono altre porte,
eco visuale di antichi
specchi di famiglia,
cento abiti per cento aspetti
intercambiabili ma indifferenti
al corpo. Basta,
voglio cambiare gioco,
chiarire
l'equivoco trasparenza/opacità,
voglio una nuova nudità.

Il nudo riporta alla verità
e non vuole sguardi,
né essere guardato né guardare.
Non vuole attenzione,
non distrarsi né distrarre.
Veicola senza veli
una spoglia spiritualità.

Chiudo gli occhi al vecchio
gioco di immagini e invoco
un luminoso nirvana
di luce senza forma.
L'abito forse ri-significherà
quando avrò toccato
la prima identità.

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